La crocifissione

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Cenni storici sulla crocifissione.
Gli antichi testi letterari dicono poco intorno alla pena di morte per crocifissione. Ci sono, però, dei riferimenti storici dai quali è possibile dedurre che essa era largamente praticata nel mondo latino di 2.000 anni fa, e anche prima. 

Anche se non è certo che furono i Persiani ad inventare la crocifissione, da alcuni riferimenti nelle opere di Erodoto e Tucidide si può rilevare che essi, certamente, la praticavano su vasta scala.
Una delle migliori fonti di informazione riguardo questo tipo di condanna è l'iscrizione di Bisutun, nei pressi di Kermanshah, nell'Iran Occidentale.


In essa il re Dario afferma di aver crocifisso i capi ribelli che aveva vinto in battaglia.
Una delle possibili ragioni per cui la morte per crocifissione era diventata così popolare è da attribuirsi al fatto che i Persiani avevano consacrato il terreno al loro dio Ormuzd.
Questo tipo di esecuzione non avrebbe contaminato il suolo, in quanto il corpo del condannato non giungeva a toccarlo.

Alessandro Magno introdusse questa pratica nel mondo mediterraneo, soprattutto in Egitto e Cartagine.
Sembra che i Romani l'abbiano appresa proprio dai Cartaginesi.
La morte per crocifissione divenne gradualmente uno dei metodi di tortura più crudeli e infamanti.
Flavio Giuseppe, lo storico giudeo che fu consigliere di Tito, durante la presa di Gerusalemme, aveva assistito alla crocifissione di molte persone, e l'aveva classificata come "la morte più atroce".

La crocifissione era una punizione così degradante che Roma ne escludeva i cittadini romani e la riservava agli schiavi, per scoraggiare le rivolte, o a coloro che si ribellavano contro il governo romano; era, dunque, una pena applicata soprattutto nei processi politici.

L'atto d'accusa contro Gesù Cristo mette in rilievo questo particolare aspetto della crocifissione.
I capi dei giudei cominciarono ad accusarlo: "Abbiamo trovato quest'uomo che incitava la nostra gente a ribellarsi e a non pagare le tasse al governo romano; e per di più dice di essere lui il Messia, il Re" (Luca 23:2).
I suoi accusatori sapevano che, dieci anni prima, Tiberio aveva dichiarato che un giudice poteva giustiziare immediatamente chiunque si fosse ribellato a Roma.

La crocifissione era conosciuta anche nel diritto penale giudaico.
I Giudei portavano a termine le esecuzioni attraverso lapidazione, rogo, decapitazione e strangolamento e, in secondo tempo, fu permessa anche l'impiccagione.
Nei casi in cui la legge giudaica ordinava l'impiccagione, questa non veniva concepita come una normale pena di morte, ma come punizione degradante da infliggere agli idolatri e ai bestemmiatori.

L'essere "appesi" identificava l'accusato come una persona maledetta da Dio.
La crocifissione romana, applicata nel particolare contesto della cultura ebraica, indicava precisamente di quale tipo di crimini l'individuo si fosse macchiato.

La pratica della flagellazione.
Dopo che il tribunale aveva pronunciato il verdetto di crocifissione, era costume legare l'accusato ad un palo in tribunale, denudarlo e flagellarlo severamente.
La frusta, chiamata appunto "flagello", aveva un robusto manico al quale erano fissate lunghe strisce di cuoio di diversa lunghezza, alla quale venivano attaccati ossicini e sfere di piombo.

La Legge dei Giudei permetteva un massimo di 40 colpi, ma i Romani non avevano tale limitazione, se spinti dall'ira, potevano ignorare totalmente questa regola, e forse fu proprio quello che fecero nel caso di Gesù.
C.Truman Davis, un dottore che ha studiato meticolosamente la crocifissione dal punto di vista medico, descrive così gli effetti della flagellazione romana: "La pesante frusta veniva battuta con forza e ripetutamente contro la schiena, i fianchi e le gambe del condannato. 
All'inizio le pesanti cinghie ferivano solo la pelle; poi, man mano che i colpi venivano inflitti, essi tagliavano sempre più in profondità, producendo ferite sempre più gravi".

Eusebio, storico del 3° secolo, conferma la descrizione del dottor Davis scrivendo: "Le vene della vittima erano aperte, e si potevano vedere gli stessi muscoli, i nervi e le viscere".
Will Durant dice che, dopo le frustate, il corpo era in genere una massa gonfia e informe di carne lacerata e sanguinante.

Era anche consuetudine, dopo la flagellazione, insultare il condannato.
Anche questo fu fatto a Cristo: gli posero addosso una veste di porpora e sul capo misero una corona di spine, allusione simbolica alla regalità.

Una morte sicura. 
Le mani e i piedi del condannato venivano fissati alle travi con dei grossi chiodi.
Il corpo veniva così sostenuto sino a quando non avveniva il cedimento della parte inferiore del corpo, che in molti casi era provocata da un ulteriore intervento degli aguzzini, i quali, dietro ordine delle autorità, spezzavano le gambe al di sotto delle ginocchia con un colpo di clava, per affrettare la morte del condannato.

Questo fatto rendeva impossibile lo sforzo di spingersi in alto per alleviare la tensione dei muscoli pettorali e dell'addome, così ne derivava il soffocamento immediato o l'insufficienza coronarica.
Nel caso di Cristo, le sue gambe non furono rotte, perché i carnefici notarono che era già morto.

Però, uno degli aguzzini, gli conficcò la punta della lancia nel fianco e subito dalla ferita uscì sangue e acqua (Giovanni 19:34).
La fuoriuscita di questi elementi dimostra che la morte di Cristo, non fu la consueta morte sulla croce per soffocamento, ma per avvenuto arresto cardiaco.

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