Gesù, il Re dei re

Gesù-Re-dei-re

Una descrizione sugli ultimi momenti cruciali passati da Gesù Cristo per il completamento della sua opera per la nostra Salvezza. 

Il governatore romano davanti al Re dei re. 

Pilato è stupito e molto perplesso: fino allora, i Giudei si erano fatti i difensori dei loro concittadini che gli comparivano davanti, ma oggi avviene il contrario; egli è convinto dell'innocenza dell'incolpato ed essi esigono la sua condanna a morte!
Pilato non nasconde loro il suo profondo disprezzo: "Prendetelo voi", dice, "e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa" (Giovanni 19:6).

Essi sanno che non era loro permesso di far morire qualcuno (Giovanni 18:31), e lo confermano, ma non avranno tanti scrupoli quando, più tardi, lapideranno Stefano! (Atti 7).
Davanti alla perplessità di Pilato, i Giudei finiscono per lasciar cadere la maschera e, rinunciando alle loro accuse di ordine politico, dichiarano: "Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perché Egli si è fatto Figlio di Dio" (Giovanni 19:7).

Figlio di Dio? È la prima volta che il governatore ode questa espressione.
E, "quando Pilato ebbe udita questa parola, temette maggiormente e, rientrato nel pretorio, disse a Gesù: Donde sei tu?" (Giovanni 19:8-9).
Il sogno della moglie gli ritorna senza dubbio in mente (Matteo 27:19); il contegno pieno di sovrana dignità del Signore lo colpisce.

Che sia uno degli dei che ha preso "forma umana" ed è sceso fino a loro? (Atti 14:11).
Pilato, che lo ha trattato senza riguardo e che ha permesso che i suoi soldati l'oltraggiassero violentemente, è ora colto da paura e vorrebbe non andare oltre.
Egli è preso fra i suoi timori superstiziosi e i rimproveri della coscienza; fra la paura degli uomini e la paura della verità, e non sa che partito prendere.

Se avesse amato la verità, un'ultima occasione gli era offerta di cadere in ginocchio dinanzi al Figlio di Dio e implorare il suo perdono, ma era un uomo "d'animo doppio, instabile in tutte le sue vie" (Giacomo 1:7); avendo rifiutato di credere alla verità, era simile a "un'onda del mare", agitata dal vento e spinta qua e là.
Così leggiamo che Gesù "non gli diede alcuna risposta" (Giovanni 19:9).

Questo silenzio offende il suo orgoglio; ma forse Pilato spera, con le sue domande, di scoprire il segreto di quell'uomo misterioso: "Pilato dunque gli disse: Non mi parli? Non sai che ho podestà di liberarti e podestà di crocifiggerti?" (Giovanni 19:10).

Che errore! Ne le minacce, ne i discorsi sarebbero riusciti a intimorire o a distogliere dal suo cammino Colui che non temeva l'ira degli uomini e che era venuto per salvare la sua creatura.
Era "il Principe della vita" che stava davanti a Pilato; era Colui che aveva detto: "Io depongo la mia vita per ripigliarla poi; nessuno me la toglie, ma la depongo da me; io ho podestà di deporla e ho podestà di ripigliarla. 
Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio" (Giovanni 10:8).

Così la risposta del Signore giunge piena di dignità e nello stesso tempo di dolcezza: "Tu non avresti podestà alcuna contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto; perciò, chi mi ha dato nelle tue mani ha maggior colpa" (Giovanni 19:11).
Povero Pilato! Anche se Dio aveva messo in mano sua la spada "contro il pastore", il coltello contro il suo Figlio diletto (Zaccaria 13:17, Genesi 22:10), la sua responsabilità rimane invariata.
Ma la grazia brilla anche attraverso il giudizio.

Il sommo sacerdote che aveva dato Gesù in mano a Pilato, e Pilato stesso riceveranno ciascuno un giusto giudizio, secondo le loro rispettive colpe: "Il Giudice di tutta la terra non farà egli giustizia?" (Genesi 18:24).
Le parole del Signore non fanno che accentuare il turbamento del governatore che vorrebbe salvarlo dalla morte: "Da quel momento Pilato cercava di liberarlo" (Giovanni 19:12).

Ma la folla non l'intende così; essa conosce troppo bene i suoi dominatori per accettare di essere vinta!
I Giudei allora riprendono le loro prime accuse e gridano: "Se liberi costui non sei amico di Cesare; chiunque si fa re, si oppone a Cesare!" (Giovanni 19:12).
Pilato è preso nella loro rete; egli non vuole rischiare di compromettersi davanti all'imperatore.

Tiberio Cesare era un sovrano crudele che faceva giustiziare senza pietà, sotto i propri occhi, tutti quelli che cadevano in disgrazia, e lui lo sapeva.
Così la viltà del giudice si unisce al suo disprezzo della giustizia: "Pilato dunque, udite queste parole, menò fuori Gesù, e si assise nel tribunale al luogo detto Lastrico, e in ebraico Gabbatà" (Giovanni 19:13).
Egli prende, con solennità, il posto di giudice supremo per pronunciare il suo verdetto.

Con non meno solennità, lo Spirito Santo prende atto del luogo e dell'ora in cui quel giudizio è pronunciato.
Dissimulando la sua viltà con parole offensive, Pilato rivolge al popolo i suoi propositi carichi di disprezzo: "Ecco il vostro re! ... Crocifiggerò io il vostro re?" (Giovanni 19:14-15).
Una volta ancora, i Giudei incassano l'offesa e, giungendo fino a negare l'esistenza del loro Messia nazionale, gridano: "Noi non abbiamo altro re che Cesare!".

I soldati allora spogliano Gesù del mantello di porpora e lo rivestono dei suoi vestiti.
"Allora Pilato lo consegnò loro perché fosse crocifisso" (Marco 15:20, Giovanni 19:16).
L'ora del supplizio s'avvicina sempre più.

Gettiamo ancora uno sguardo retrospettivo su questa scena: Pilato, il popolo, il Signore Gesù, ne sono i protagonisti.
Pilato, il governatore pagano, è cosciente, in certa misura, della serietà degli avvenimenti e del mistero divino che circonda la persona del suo prigioniero, ma, avido com'è di onori e di popolarità, non può favorire Cristo anche se ne avrebbe la possibilità e l'autorità.
Gli si può applicare quella parola del Signore: "Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l'anima sua?" (Matteo 16:26).

Il favore dell'imperatore di Roma, a cui Pilato sacrifica il Signore e la sua stessa anima, non avevano valore che per questa Terra, ma qualche anno dopo anche questo vantaggio gli sarà tolto.
Infatti nell'anno 36, sei anni circa dopo la morte di Gesù, Pilato cadde in disgrazia e morì di morte violenta, non si sa se per suicidio o per condanna alla pena capitale.

Ma la responsabilità del popolo giudeo è più pesante di quella di Pilato.
"Ecco il vostro re!", aveva detto il governatore al popolo... ed era vero.
Accecato dall'odio, il popolo risponde: "Noi non abbiamo altro re che Cesare!".
Fanno come i concittadini del re, della parabola del Vangelo, che dicono: "Non vogliamo che costui regni su di noi" (Luca 19:14).

Già molto tempo prima, quando il popolo era ancora nel deserto, l'Eterno aveva detto di loro: "Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? 
E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a toro?" (Numeri 14:11).

Molte volte e in molte maniere, Dio gli aveva parlato per mezzo dei profeti, mandandoli "ogni giorno, fin dal mattino" (Geremia 7:25), "ma quelli non hanno voluto ascoltare" (Isaia 28:13), "e non hanno voluto camminare nelle sue vie, ne servirlo, ne stare attenti al suono della tromba" (Isaia 42:24, Geremia 2:20, 6:16-17).

Negli "ultimi giorni", Dio ha parlato "mediante il suo Figliuolo", ma non hanno voluto venire a Lui (Giovanni 5:40).
Come il figlio primogenito della parabola che "si adirò e non volle entrare" alla festa preparata dal padre (Luca 15:28), così Israele ha persistito "nella malafede e ha rifiutato di convertirsi" (Geremia 8:5).

Quanto sono impressionanti le parole che il Signore Gesù rivolge a Gerusalemme: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati; quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!" (Matteo 23:37).
Lui, l'aveva voluto, ma loro no!

E se, nella loro rivolta, essi "hanno reso il loro volto più duro della roccia", il Signore, per amore, ha reso "la sua faccia simile ad un macigno", per salvarne per ora alcuni, e poi "tutto Israele", al tempo della fine (Geremia 5:3, Isaia 50:7, Romani 11:26).

Al disopra di Pilato e del popolo, la persona di Cristo, l'unico innocente, si eleva in alto, in una solitudine piena di maestà; in nessuna circostanza Egli si sottomette alla volontà dell'uomo, ma sempre e solo a quella di Dio.
Dalla sua vita di uomo ubbidiente, che finì "alla morte, e alla morte della croce", s'innalzò costantemente, e sino alla fine, a Dio un "profumo di odore soave" (Efesini 5:2).

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