Il Blog di Incontrare Gesù

Articoli di attualità, esperienze personali e meditazioni su argomenti etici morali, sulla fede cristiana e sulla religione in generale.

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di Rosaria Schimmenti.

E’ natale, festa di pace e di amore,
è nato il Signore, è nato il Salvatore del mondo.

Gridate di gioia popoli tutti, venite ad accogliere il gran Re.
Venite ascoltate la sua parola, seguite il suo esempio.
Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio,
affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia vita eterna.

Suonate con gran suono di tromba questa lieta novella.
Dio ha fatto cose eccelse per i figlioli degli uomini.
Popoli di tutte le nazioni, non indurite i vostri cuori,
aprite i vostri occhi, sturate le vostre orecchie.

La salvezza e la luce vennero sulla terra, la sapienza ha gridato per le piazze.
Venite a me voi tutti che siete travagliati ed oppressi, ed io vi darò riposo.

Non confidate nell’oro o nell’argento che periscono,
non vi appoggiate nel braccio dell’uomo terreno in cui non deriva nessuna salvezza,
ma confidate in Dio e dipartitevi da ogni sorta di male.

A Lui sia sempre la lode, l’onore e la gloria, ora e sempre, amen.
di Rosaria Schimmenti.

Pensieri, pensieri e poi ancora pensieri.
Storia fatta di sangue, sofferenze, tribolazioni.

Attese, attese, attese e, poi morire.
Israele ha sofferto tanto, il mondo ha sofferto e soffre ancora.
Perché Signore! perché!
Solo Tu possiedi la sapienza, l’amore, l’onniscienza.
Vogliamo chiarezza, chiarezza e poi ancora chiarezza.
Perché Signore! perché!

Ecco la croce apparire davanti ai miei occhi.,
Il figlio di Dio fatto carne , morto per noi,
e a Lui e a nessun altro che dobbiamo mirare.
Riscattati da questo sangue prezioso, accettando l’adozione
siamo figli suoi e, camminiamo come tali,
per costruire il suo regno dentro di noi e intorno a noi,
non vi sono altre parole , o altri intermediari.

La fede e in balia delle onde dell’oceano.
Tutta la creazione geme nella sofferenza.
Nel mondo si è oscurata la luce del vangelo di verità
e si continua a mendicare salute e felicità,
ricorrendo ai santi e a vari mediatori come interlocutori,
mentre Gesù disse:
“CERCATE PRIMA IL REGNO E LA SUA GIUSTIZIA,
E TUTTE LE ALTRE COSE VI SARANNO DATE”;
“SE OSSERVERETE LA MIA PAROLA
SARETE REALMENTE MIEI DISCEPOLI
CONOSCERETE LA VERITA’
E LA VERITA’ VI RENDERA’ LIBERI”

Non vi è meta più importante a cui anelare
ne preghiera più necessaria da realizzare
se non la seguente:
“SIA SANTIFICATO IL TUO NOME O DIO
E VENGA IL TUO REGNO”.
Una Poesia di Rosaria Schirmenti.

Alimento di vita da assimilare con la mente e il cuore, che a sua volta produrrà frutti di riconoscenza e amore.
di Rosaria Schimmenti

Amare la vita e tutto ciò che è bello.
Arricchire i nostri occhi, alimentare la nostra mente con i doni del creato,
che rivelano amore e generosità.
Amare i fiori con la varietà dei colori e i suoi profumi soavi.
Amare il mare con le sue onde spumeggiante,
che ci alimenta dell’ossigeno e dello iodio in ogni istante.
Amare il cielo azzurro e limpido che rispecchia la purezza del creatore e,
il sole che ci dona luce, vita e calore, arricchendoci di bellezza e di splendore.
Amare i prati verdi, i ruscelli, i fiumi , i laghi, le montagne e le colline,
che sembrano dirci: noi viviamo ed esistiamo per rendervi felici.
Amare la varietà delle creature volatili del cielo e tutti gli animali dei campi,
che con la loro bellezza,
e i cuccioli giocherelloni ci rallegrano, trasmettendoci gioia e tenerezza.

E cosa dire ancora di altri doni e talenti che Dio ha dato all’uomo?
Della buona musica, l’arte, la varietà delle razze, i costumi, e il dono di procreare?
Le coppie di fidanzati che si amano, si sposano e formano famiglie?
La bellezza dei bambini con i loro sorrisi dolci e genuini che sensibilizzano i nostri cuori?
Questi e altri buoni doni Dio ci ha arricchiti come alimento di vita,
per incamminarci nel suo sentiero e poter ottenere anche noi un esistenza infinita.
La personalità e il carattere del Creatore è evidente.
Egli è luce, gioia, bellezza, generosità e amore, per questo è vitale è immortale.
A noi sue creature ci ha anche donato un anima, il Signore,
ci ha donato un cuore.
Ci ha donato dei sentimenti,
per esprimere la pace e il suo divino amore.
Assimilare la sua personalità è necessario,
per sconfiggere sofferenza e mortalità,
infatti è il primo comandamento che Gesù Cristo ci ha dato,
il secondo comandamento e simile:
ama il prossimo tuo come te stesso.
Apriamo la finestra del nostro cuore
e lasciamo entrare il sole della bellezza,
della gioia e dell’amore del nostro divin Signore.
Evangelizzazione

Un messaggio di Nicola Scorsone. 

Nel tempo religioni e sette, con le loro leggi sulle cose da fare e le cose da non fare, hanno indicato vie per giungere a questo fine.
Con pellegrinaggi a piedi nudi diretti verso porte sante in Roma, o alla Mecca, non mangiando carne il venerdì o il maiale, accendendo mille candele a infinite statue di Madonne, Buddha, Confucio, Stalin..., non facendo trasfusioni di sangue... facendo così della salvezza dell’anima qualcosa di molto complicato e irraggiungibile, tanto che pochi, a parte i tradizionalisti, ci si vogliono dedicare veramente.

Ed ecco l’unico vero modo sicuro indicato dalla Parola di Dio, la Bibbia: “La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore.
Questa è la parola della fede che noi annunziamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati.
Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso»... Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato” (Romani 10:8-13).

Questa è l’unica verità che apre le porte del Paradiso, infatti il primo a varcare quella soglia insieme a Gesù fu quel ladrone crocifisso al Suo fianco, che niente fece, niente aveva fatto delle cose menzionate, e niente avrebbe potuto fare per meritarsi tale celestiale beatitudine.
Questi, confessando semplicemente di essere un peccatore giustamente condannato, domandò salvezza a quell’unico che poteva compierla, Gesù.
Come quel ladrone, il Paradiso non lo merita nessuno, il prezzo da pagare è molto alto, dal valore eterno.

Gesù solo, pagando con la vita, al nostro posto, poteva coprire e cancellare l’alto prezzo della giustizia divina. Fu così che quel ladrone, da circa 2000 anni, passò dalla croce alla beatitudine del Paradiso, perché: “...Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori...” (1Timoteo 1:15).
Sei tu salvato?
Tutti quelli che avranno seguito le tradizioni descritte al principio alla fine saranno delusi.
Solo chi crede in Lui, in Gesù, per come sta scritto, riceve vera salvezza e non sarà deluso.
Non sprecare gli anni della tua vita per un’insicurezza religiosa, affida la tua anima a Gesù e non rimarrai deluso.
POESIE
Una poesia di David Pierini.

Giorni terribili… giorni di vendetta…
giorni di tenebre senza splendore alcuno.
Il pastore porta il gregge verso il precipizio,
il padre consegna a morte eterna il figlio.
L’inferno ha dilatato le sue fauci
ha spalancato le sua bocca oltremisura.
Vi scende il clero, la nobiltà e il popolo,
il benessere, il chiasso e l’allegria.
POESIE
Una poesia di Stefano Gumucio (politico cileno).

E’ successo qualcosa alla mia futura morte con la risurrezione di Gesù Cristo.
Prima che venga, io posso anticiparla e soffiare la vita alla morte.
Posso dirle: non mi puoi prendere la vita,
semplicemente perché io posso darla prima che tu venga.
Gesù mi ha insegnato a darla tutta intera, corpo e anima.
Quando verrà, la morte avrà in mano un pugno di mosche, un cadavere non me.
Il mio corpo è già del Signore, gia dal battesimo.
Le mie membra vive sono del Risuscitato.
Sono unito, corpo e spirito, alla vera vita.
La morte non può portarmi via, perché sono nelle mani della vita.
Quello che porteranno al cimitero non sarò io,
che tenga pure la morte il mio corpo e disfi sotto terra ciò che è terra,
ma me come persona non mi può toccare,
il mio amore non può essere consumato dai vermi.
Ho imparato da Cristo a dare tutto me stesso e tutto ciò che è dato resterà per sempre,
cento per cento nel Dio vivo.
Ehi, morte , dov’è la tua vittoria?
Sto imparando a guardarti in faccia,
ho capito che sulla croce sei stata sconfitta.
Assicurato da Gesù risuscitato,
io ti guardo come un bambino guarda i leoni in gabbia dalle forte braccia di suo padre.
Talmente incorporato al primo che è nato dai morti,
ho messo tutto me stesso nel suo corpo e sangue.
Io condivido già la mia vita nuova nel mio Signore e amico:
il mio mondo, gli occhi, le parole e le idee, le mie intuizioni e i miei dubbi,
le gioie e le pene, le mie azioni e gli affetti,
il meglio di me stesso e il lato debole, la mia carne e il mio spirito,
e anche le oscure profondità del mio essere.
Che cosa ti resta o morte?
Solo un po di polvere, tu sei solo il telaio, la porta è il mio Signore.
Resta di qua il tempo, la durata, il consumare,
passo di là e si rompe ogni limite e incomincia la interminabile novità.
Vado con Cristo, per adesso mi basta il suo cammino da povero,
sono trasfigurato, nuovo, sono me stesso, in maniera gratuita,
mi sento vincitore e vinto.
Cristo mi ha conquistato e mi ha preso per sè,
io non sono più tuo, oh morte.
Così anche tu, umilmente sconfitta mi sei diventata come una sorella,
sorella morte,
piccola e grigia operaia della nostra risurrezione.
CHI IMPUGNA LA SPADA DELL’ISLAM? 
Parlare dell’uccisione di centinaia di migliaia cristiani da parte di musulmani, soprattutto negli ultimi trent'anni, significa sempre e solo raccontare morti annunciate.

Un’opinione, questa, che qualunque lettore può trarre agevolmente dalla pubblicistica internazionale, visto che chi studia l’escalation dell’intolleranza islamica è sempre obbligato dai fatti a mettere in parallelo le esplosioni di violenza con l’espansione del proselitismo wahhabita saudita.

Perché, un altro fatto certo è che dell’estremismo islamico conosciamo la data e il luogo di nascita.
E’ l’Arabia Saudita di fine anni Cinquanta, quando re Faysal partorì l’idea di creare un sistema per controllare politicamente e religiosamente il mondo islamico.

Il wahhabismo nasce, nel 1744, dall'unione tra Ibn Wahhab, un predicatore islamico fondamentalista, e un emiro, Muhammad Ibn Saud, al quale Wahhab iniziò a fornire una giustificazione teologica per quasi tutto quello che Ibn Saud desiderava ottenere: una jihad permanente che prevedeva il saccheggio delle altre città musulmane, l’imposizione di una severa disciplina e infine l’affermazione del proprio potere sulle tribù vicine, unificando la Penisola Arabica.

L’emiro e il predicatore suggellarono un «mithaq», un accordo che sarebbe stato onorato per l’eternità. Prevedeva il fervore religioso al servizio dell’ambizione politica, ma non viceversa.
E i risultati non si fecero attendere: nel 1801 primi a essere presi di mira furono gli «eretici» sciiti, con l’assalto della città santa di Kerbala e lo sgozzamento di 5 mila fedeli.
Nel 1802 fu la volta di Taif e relativo massacro della popolazione.

Poi venne il turno della Mecca, con la distruzione della tomba del Profeta e dei califfi.
Secondo molti studiosi, agli inizi del Novecento i sauditi persero la fama e il ruolo di capitribù ladroni, perché l’agente britannico John Philby convinse la corona britannica a sostenerli militarmente per la loro disponibilità, a differenza degli altri leader arabi, ad accettare un rapporto di vassallaggio con gli inglesi.

Lo storico arabo Said K. Aburish ricostruisce così l’occupazione saudita delle terre sacre ai musulmani del mondo intero: "Tra il 1916 e 1928 nella terra di Maometto ebbero luogo non meno di 26 ribellioni contro i Saud.
Agli inizi degli anni Trenta, su una popolazione di circa 4 milioni di persone, 1 milione fuggirono, 400 mila furono uccise o ferite in combattimento, 40 mila furono giustiziate pubblicamente, 350 mila patirono amputazioni".


Anche oggi tutti i musulmani sanno molto bene cosa significhi il «rakban», la spada che campeggia sulla bandiera degli Ibn Saud, e cosa essa comporti quando inizia a sventolare su una moschea.
Nel 1962 Faysal convocò la Conferenza Islamica dalla quale fece nascere la Lega Musulmana Mondiale, legittimando la Fratellanza Musulmana e dando inizio all'esportazione del wahhabismo.

Scopi dichiarati: sostenere l’espansionismo wahhabita con il finanziamento di moschee, madrasse, servizi sanitari, e favorire l’applicazione della sharia a individui, gruppi o stati e ad «altre istituzioni».
Sui media occidentali passa in sordina il fatto che i regnanti sauditi, oltre al titolo di «guardiani dei luoghi santi», custodi cioè della Mecca e di Medina, si ritengono anche meritevoli di al-Mufada («colui che merita la devozione»), Mawlana («il detentore dell’autorità divina ultima»), Waly al-Amr («colui che decide tutte le cose»).

Anche dopo la vicenda delle vignette danesi, secondo molti, studiata a tavolino dagli «esperti» della Lega Mondiale Musulmana, la genesi del terrorismo islamico continua a essere sepolta sotto una montagna di spiegazioni politico-sociali, sempre più destinate, di fronte all'evolversi dei fatti, a trasformarsi in questioni di lana caprina: il problema palestinese, la fine del socialismo arabo, il fallimento del nazionalismo riformatore nasseriano, la corruzione endemica, la crisi del patto tra sistema anglosassone e panarabismo, il rifiuto dell’egemonia occidentale...

In realtà, con forse l’unica eccezione dell’Afghanistan dei talebani, i grandi movimenti di massa del fondamentalismo islamico e i terroristi, che per deviazione ne derivano, si sono affermati nei paesi islamici a più alto reddito, come è successo a Giava, ricca e, fino ad allora, pacifica regione Indonesiana. Nel 1996 viene fondata la wahhabita Laskar Jihad, nel novembre 1998 iniziano a bruciare le chiese.

Nel dicembre dello stesso anno, e dopo una trentina di giorni delle solite manifestazioni indette nelle moschee finanziate dai sauditi, saranno 500 le chiese date alle fiamme nella sola Giava.
A queste vanno aggiunte le 22 chiese bruciate e 13 cristiani uccisi nella capitale Giacarta, il giorno di Natale di quell'anno.

Un Natale di sangue anche per la città di Poso, nella regione di Sulawesi, con 180 case e negozi appartenenti a cristiani distrutti in un solo giorno.
Ma a Poso i cristiani non avevano ancora visto il peggio: il giorno di Pasqua del 2000, oltre a una gravissima serie di violenze anche su donne e bambini, alle quali la polizia assiste senza intervenire, altre 800 case e negozi di cristiani vanno in fumo.

Un mese dopo il 23 maggio 2000, i cristiani sono di nuovo assaliti dalla solita folla islamica e questa volta muoiono 700 persone.
Basta seguire la cronologia delle persecuzioni islamiche anticristiane per scoprire che esse sono avvenute, e continuano ad avvenire, in paesi, anche europei, dove la convivenza tra le fedi non presenterebbe particolari problemi, se non fosse gravata dall'espansionismo wahhabita.

Il problema fra Occidente e Islam sembra quindi destinato a coagularsi soprattutto sul come e dove il wahhabismo troverà, magari dentro le ampie maglie delle democrazie avanzate, terreno per porre i segni del suo imperialismo.
Finora sappiamo che, per molti esperti, i segni del wahhabismo si trovano dietro colpi di stato, come quello a danno del Pakistan di Zulficar Alì Bhutto e a vantaggio del fanatico Zia ul Haq e la sua sharia; e anche alle radici dei fragili equilibri di intere nazioni africane.

Dopo il Sudan, primo e tragico banco di prova del modulo wahhabita di alleanza tra spada (il generale Bashir) e l’Islam (il teologo alTourabi), è stato il turno di Nigeria, Benin, Camerun, Burkina Faso, Somalia, Eritrea, Kenya.
Con la guerra afghana ha saputo organizzare e finanziare un network mobile internazionale che si è visto all’opera in Cecenia, Bosnia e Algeria.
Nelle aree da loro controllate la convivenza tra le fedi è impossibile, la libertà di culto è improponibile, le minoranze sono perseguitate, i diritti elementari di libertà sono negati.

Su questo orizzonte certamente pieno di nuvole, avverte Nigrizia, la più antica e più autorevole rivista terzomondista italiana, «ragionando di Islam e di Occidente, vanno evitate due opposte prese di posizione, entrambe comprensibili, ma parziali e quindi fuorvianti: la prima vede nelle innegabili difficoltà una sorta di destino segnato che porterebbe le nostre rispettive civiltà a un rinnovato scontro frontale senza rimedio; la seconda finge di non avvedersi della delicatezza e della complessità dei problemi rifugiandosi in un generico e ingenuo atteggiamento fiducioso e conciliante.

In altre parole, c’è ancora un margine per trattare, ma bisogna fare presto.
Lo scrittore premio Nobel Vidiadhar Naipani ha scritto: «Bisognerebbe esigere risarcimenti dall'Arabia Saudita.
Bisognerebbe ritorcergli l’argomentazione: se una nazione viene attaccata da terroristi islamici, tutti i paesi islamici sono responsabili e devono pagare.
Non tocca alle vittime pagare, tocca agli aggressori».
Forse è una ricetta un po dura, ma almeno è chiara.
Da AGENZIA RADICALE del 28 ottobre 2007. 

Una lectio magistralis di Shlomo Avineri. 
"Roma è sempre stato un centro importante per i rapporti con Israele.
Gli ebrei hanno un debito nei confronti del Risorgimento italiano, poiché sono stati da esso ispirati nella creazione del Sionismo moderno.
L'unità d'Italia è avvenuta, ora bisogna pensare a quella israeliana".
Così Shlomo Avineri ha aperto la sua Lectio Magistralis dal titolo: "Lo sviluppo della Democrazia politica e il processo di pace in Medio Oriente", tenutasi nell'aula magna dell'università di Roma Tre.

Professore di Scienze politiche all'università ebraica di Gerusalemme, autore di alcuni saggi, tra cui "La teoria hegeliana dello Stato", è anche collaboratore di diverse testate israeliane, i cui articoli vengono talvolta tradotti anche in italiano, nonché importante promotore dei rapporti tra la sinistra italiana e quella israeliana, confluiti anche in alcuni volumi che sono stati parte del dibattito svoltosi negli anni '80 per riequilibrare la concezione unilaterale di Israele nella sinistra italiana.
Secondo Avineri Israele è nata come democrazia e si è saputa mantenere tale, nonostante i numerosi problemi, non solo quelli insiti in tali forme di governo, ma anche quelli che ha dovuto affrontare dall'inizio fino ad oggi.

L'analisi di Deborah Fait. 

Nessuno lo ha mai sentito parlare di cultura, scienza o sport probabilmente perche' non sa cosa dire, ha chiesto ripetutamente a Ehud Olmert di essere mandato come emissario di pace in Siria, passa il suo tempo in giro per i paesi arabi a fare promesse a nome di Israele, naturalmente senza alcun mandato.
Sto parlando di Gahleb Majadele, sfortunato regalo a Israele del partito laburista, dopo quello devastante di Amir Perez.

Majadele diventato non si sa come ministro della cultura, scienza e sport, ministero di cui dovrebbe occuparsi ma che dimentica di avere, troppo impegnato a viaggiare (anche a spese mie!) in lungo e in largo per i paesi arabi nemici.
E' arabo e nessuno lo tocca, chi lo fa rischia di essere tacciato di razzismo!
Col solito ritornello che noi siamo democratici e che lui, parte della minoranza araba, può fare ciò che vuole, Majadele è arrivato a promettere, a nome di non si sa chi, ma purtroppo come ministro di Israele, la svendita del nostro Paese.

Ricordo che, sempre in nome della nostra democrazia, non si poteva toccare nemmeno Azmi Bishara, ex deputato arabo della Knesset, che andava in giro a diffamare Israele, abbracciava siriani e hezbollah dicendo che facevano bene a fare di Israele l'obiettivo dei loro missili.
Qualche suo "antidemocraticissimo" collega protestava, lo definiva "traditore", chiedeva gli fosse proibito di viaggiare in paesi nemici, ma tutto si fermava di fronte alle urla dei deputati arabi che in piedi e istericamente urlavano "fascist" al malcapitato.

Meditazioni

Una Riflessione di Ken Ham. 

Sono così allegre e simpatiche, e compaiono dappertutto: in ornamenti, spille, collane, nelle illustrazioni dei libri per bambini, nei dipinti murali nelle scuole materne e nelle stanze per i bambini dei locali di culto…
Illustrano il racconto dell’Arca di Noè, ma in un mondo che si fa beffe dell’idea di un Diluvio mondiale e di un uomo di nome Noè, che salvò la sua famiglia, insieme con gli esemplari di tutti gli animali terrestri, su un’imbarcazione gigantesca.
Ma che cosa comunicano realmente queste “Arche da vasca da bagno”?

Consideriamo alcune delle lezioni solenni che dobbiamo imparare dal racconto di Noè e del Diluvio in Genesi capitoli 6–9:
1) Il Diluvio fu un giudizio di Dio, mandato a causa della malvagità degli esseri umani; ci ricorda che l’uomo è responsabile dei propri peccati e che deve fare i conti con il giudizio di un Dio santo.
2) Il Diluvio ci ricorda che un giorno ci sarà un altro giudizio universale, questa volta però mediante il fuoco (2Pietro 3:10) e che tutti gli esseri umani dovranno presentarsi davanti al tribunale di Dio.
3) L’Arca ci ricorda il messaggio della salvezza: come Noè e la sua famiglia dovettero passare attra­verso una porta per essere salvati dal diluvio a bordo dell’Arca, così Dio ha fornito un’Arca di salvezza per ciascuno di noi, perché possiamo essere salvati dal giudizio che viene, nel quale molti saranno condannati all’inferno; oggi la nostra “Arca” è il Signore Gesù Cristo, il quale disse: “Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura” (Giovanni 10:9).

Evangelizzazione

Un messaggio di Nicola Scorsone. 

Probabilmente, con un passaporto falso, se non si viene scoperti, si potrà raggiungere qualsiasi nazione, ma mai nessuno potrà raggiungere il paradiso di Dio.
Sette e religioni fanno a gara per proporre in fin dei conti un "falso passaporto", cambia il nome, ma il succo è sempre quello.
Arrivare in cielo col "passaporto" delle opere, i meriti umani...
Sin dalla seconda guerra mondiale si vedono arrivare dall’oriente kamikaze con diverse ideologie, a cui viene inculcato che le loro nefaste azioni li condurranno in paradiso.
In occidente le cose non sono state diverse.
Un anziano, che ha fatto la guerra in Africa, raccontava che il cappellano li aizzava all’attacco dicendo loro: "Siate buoni soldati, uccidete il nemico e avrete un posto in paradiso!"

Ultimamente, affacciato alla finestra, il prof. Ratzinger, annunciò il suo concetto di "passaporto", per come lo si può leggere in qualsiasi dizionario alla parola GRAZIA: "Dono soprannaturale concesso da Dio all’uomo, affinché questi si meriti la vita eterna".
In netta contraddizione si sta dicendo: "La salvezza è gratis, però devi pagare".
Coerentemente, invece, nella Bibbia, alla parola GRAZIA si legge: "Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia" (Romani 11:6).
Cioè: "La salvezza è gratis, e non devi pagare, altrimenti non è più gratis".
Capire ciò credo sia facile per il semplice come per il grande dotto, il difficile è crederlo.

Una sera, facendo una manifestazione evangelistica, nella piazza antistante la chiesa romana di Calamonaci (AG), arrivando il prete con il suo seguito di pellegrini, ci diceva che entrando nella chiesa avremmo trovato salvezza (per come ultimamente ha dichiarato il prof. Ratzinger, che solo nella chiesa romana vi è salvezza).
Così gli chiesi: "Lei è salvato? Lei ha la certezza di andare in paradiso?".
Alla sua risposta negativa replicai: "Come mai, lei che è dentro non ha nessuna sicurezza? Allora è meglio fuori, noi siamo salvati ed abbiamo la certezza di andare in paradiso!".

Attenzione ai passaporti falsi, poiché tramite essi si potrà entrare solo all’inferno.
Il vero passaporto per il cielo è l’opera perfetta di Gesù; ecco quanto dichiara la Bibbia:
"Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.
Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso.
Per quale legge? Delle opere?
No, ma per la legge della fede; poiché riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede senza le opere della legge" (Romani 3:23-28).
Ricostruzione di David Litchfield sull'Independent. 

Dal CORRIERE della SERA del 19 ottobre 2007.
BERLINO — Ci sono storie che, come i peggiori fantasmi, restano nell'aria per decenni.
Poi, all'improvviso, si materializzano e lasciano senza fiato.
Questa è una di quelle.
La notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, le truppe dell'Armata Rossa erano a 15 chilometri dal castello di Rechnitz, sul confine tra Austria e Ungheria, residenza di Margit Thyssen-Bornemisza, maritata al conte Ivan Batthyany, quella contessa erede della famiglia di industriali tedeschi.
Che il Terzo Reich fosse al crollo era chiaro, ma gli dei caduti erano più sprezzanti e mostruosi che mai.

Margit organizzò l'ultima festa: 40 persone, tra Gestapo, SS e giovani nazisti.
Fino a mezzanotte, balli, vino, liquori.
A quel punto, però, serviva qualcosa di speciale che potesse fare ricordare quei momenti cruciali.
Franz Podezin, un amministratore della Gestapo, che aveva anche una relazione sessuale con la Thyssen-Bornemisza, prese l'amante e una quindicina di ospiti, li armò e li accompagnò a una vicina stalla.
In alcuni locali del castello, erano ospitati (in condizioni tremende) circa 600 ebrei che avevano il compito di rafforzare le difese della zona e Podezin ne aveva presi 200, non più in grado di lavorare, e li aveva portati in quella stalla.
Raggiuntala assieme agli ospiti li invitò a sparare «a qualche ebreo».
Cosa che i pazzi ubriachi fecero dopo avere fatto denudare le vittime: un massacro.

POESIE
Una poesia di Rosaria Schimmenti.

Era Una notte fredda e gelida, sola in cerca di un giaciglio,
m’inoltrai in una giungla, ma non vi trovai che periglio.
Aimè, mi accasciai a terra tramortita,
rimpiangendo la casa di mio padre, dove un tempo fui nutrita.
Il rullo dei tamburi, e le grida dei selvaggi, erano intensi,
quanto era il mio dolore, il freddo e la fame che riducii a stento.
Mi rialzai per proseguire il cammino,
quando ad un tratto, sentii da vicino,
una voce quieta e mite che mi sussurrava:
“Non temere abbi fede nel tuo Re, ché il suo occhio è su te”.
Incoraggiata e colma di speranza,
seguii una via angusta, che mi portava ad oltranza.
Quando a quel punto, sembrava ancora una volta che ero sfinita,
ecco la stessa voce quieta e mite che m' invita.
Alzai il capo e vidi da lontano una luce sfolgorante,
che mi era familiare e conoscevo già da tempo,
era la luce della casa di mio padre che venne a salvarmi in quel momento.
Ma mi mancavano le forze, e invocai aiuto,
quand’ecco che accorse mio fratello e fu compiaciuto.
Grande fu la gioia di mio padre e di mia madre,
quando fui arrivata già,
che mi trovai amore, gioia e pace per tutta l’eternità.
Una cosa importante che non dobbiamo dimenticare!
E’ di tenere sempre accesa sul davanzale,
la luce spirituale del nostro Padre Celeste,
che può salvare,
perché in una notte buia e piena di perigli,
come sono questi tempi,
guida, soccorre, ristora e lascia contenti,
tutti quelli che la cercano realmente.
ATTUALITA'
La testimonianza dell'infermiera bulgara Kristiyana Valcheva. 

Da PANORAMA del 20 ottobre 2007.
Dietro le storiche colonne di Palazzo Borbone, i deputati francesi hanno creato la commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni in cui è avvenuta, lo scorso 24 luglio, la liberazione delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, incarcerati in Libia con la delirante accusa d’aver inoculato il virus dell’Aids nel sangue di centinaia di bambini.
Il parlamento vuol sapere che cosa Parigi abbia promesso a Tripoli per sbloccare la drammatica situazione.
Ma la vicenda tiene banco anche nelle librerie.
È uscito in Francia (Oh! Editions, Parigi) un libro scritto dall’infermiera Kristiyana Valcheva, 48 anni, s’intitola J’ai gardé la tête haute (Non ho piegato la testa) e ha per sottotitolo: «Otto anni d’orrore nelle prigioni libiche».
Ecco qualche passo tratto dal libro denuncia.

La scoperta dell’infezione.
La scoperta dell’infezione all'ospedale infantile di Bengasi sconvolge gli specialisti e l’intera società libica (…).
Il colonnello Gheddafi riceve i genitori dei bambini malati di Aids.
Promette che le cause dell’epidemia saranno chiarite e i colpevoli severamente puniti.
La cellula investigativa incaricata di questo dossier viene posta sotto la responsabilità di un generale, che mi interroga e che vuole assolutamente sentirmi dire una cosa: che dietro questo presunto complotto c’è il Mossad israeliano.

Nella cella immonda.
Non abbiamo mai capito come e perché abbiano scelto proprio noi quale capro espiatorio.
Perché mai hanno designato, proprio me, come l’infame organizzatrice di un piano complicato e surreale? (…)
Nella mia cella immonda, sul mio ripugnante materasso, isolata nel buio, cercavo risposte che non trovavo.
Bisognava tener duro.
Bisognava aspettare la fine dell’incubo: sopportare la puzza e la sporcizia, attendere il rumore d’una porta, un filo di luce al momento in cui mi davano un po di cibo, e subire quasi ogni notte la stessa litania: Mossad, Mossad, Mossad...

Un mese senza lavarmi.
Il mio corpo era tanto sporco da puzzare come la carogna d’un animale.
Non mi lavavo da un mese, la cella era umida, impregnata di un odore d’ammoniaca, di solitudine e d’urina, debordante dalla scatola che mi avevano dato per i miei bisogni.
Mi chiedevo se un giorno la sete mi avrebbe spinta a berla.
Preferivo non pensarci.

Frustate e bastonate.
Mi hanno massacrata con frustate e bastonate.
Mi hanno anche attaccata alla finestra, legandomi ai polsi; toccavo a malapena il suolo con la punta dei piedi. Mohammed mi ha sputato in faccia; ha preso della cenere e me l’ha messa in bocca, poi ha continuato con una sigaretta sui piedi, avvicinandola proprio là dove cominciano le unghie e tenendola immobile senza mai toccare la pelle.

Fili elettrici alle dita dei piedi.
Un giorno mi hanno fatto sdraiare su un materasso e mi hanno attaccato dei fili elettrici alle dita dei piedi.
Di fronte a me stava seduto il capo della scuola per cani poliziotto.
Ho guardato il macchinario, che sembrava un telefono a manovella, ma generava scariche elettriche.
Il dolore era paralizzante.
Se una sensazione fisica può corrispondere alla follia, è proprio quella.
Non si riesce a riprendere il controllo di se stessi per ridurre la sofferenza; non c’è una sola cellula del proprio corpo che sfugge al dolore.

Dov'era Dio?
Un giorno, alzandomi dal lettino su cui mi stavano torturando, mi sono accorta d’aver perso i capelli dopo che mi avevano applicato un elettrodo sul capo (...).
Devo averli persi mentre mi contorcevo.
Quando mi infliggevano le scariche elettriche, quasi incosciente, gridavo: «Oh, Maika», che in bulgaro vuol dire "mamma".
Loro, credendo dicessi: «Oh my God».
Obiettavano: «Dov’è il tuo Dio? Non è qui!».
Anch’io pensavo che non mi fosse accanto.
Gesù mi ha cambiata. 

Ornella Vanoni parla della sua conversione e della sua fede in un'intervista con Mario Luzzato Fegiz, critico musicale del Corriere della Sera, in occasione dell'uscita del cd 'Una bellissima ragazza'.

Vanoni: Gesù mi ha cambiata. Sono diventata un'evangelica.
A 72 anni Ornella Vanoni dedica un disco a Gesù, si chiama «Una bellissima ragazza», e in copertina c'è lei, adolescente, 14 anni, bellissima ragazza ("l'ha scattata mio padre a Paraggi, stavo sbocciando"), appunto come il titolo della canzone scritta per lei da Carlo Fava, che ha dato il via all'album.

In copertina i ringraziamenti: "A Gesù, con tutto il cuore. Noi due sappiamo perché".
Quella che per decenni è stata un sex symbol della canzone italiana, la voce sensuale, da qualche anno frequenta la chiesa evangelica di Milano, canta nei cori, partecipa alle funzioni e ha anche condotto le ultime edizioni del festival dei canti religiosi al Palalido di Milano.

Perché una dedica a Gesù?
"Ha cambiato la mia vita in meglio da quando l'ho accettato, e mi sono affidata a lui: per fare un disco bisogna star bene".

Poesie

Una Meditazione di Rosaria Schimmenti

Tutto era buono quando un di creasti, Signore (Genesi 1).
Vi era l’armonia, la bellezza, la luce, la pace e la vita, e nel Tuo cuore di Padre vi era il desiderio di realizzare anche sulla terra un esistenza infinita.
L’uomo sentiva la Tua presenza e Tu comunicavi con Lui.
L’hai creato eterno, non mortale, ma con il libero arbitrio, affinché decidesse da se ciò che voleva realizzare e chi amare.
Gli hai dato un comandamento semplice ed elementare (Genesi 2: 16-17), come dice un proverbio: “Chi è fedele nel minimo è fedele nel molto”.
Come tutti i genitori, desideravi un rapporto fondato sulla fiducia e sull’amore, non volevi schiavi, ma dei figli che ti rispettassero, per poter condividere i tuoi beni e collaborassero per lo sviluppo e il progresso.

Inizialmente gli hai affidato il pianeta terra con tutte le risorse, perché ne avessero cura; lo hai creato a Tua immagine e somiglianza, con il grande privilegio di procreare, formare famiglie, popoli e nazioni, di acquisire la tua sapienza.
Cos’altro gli avresti affidato, in futuro, se si fossero mostrati fedeli?
Gesù dichiarò: “Se non siete fedeli nelle ricchezze ingiuste chi vi affiderà quelle vere?”.
Signore, durante i secoli ti sei formato un popolo dalla progenie di Abramo.
Gli hai dato comandamenti e statuti.
Hai chiamato Profeti, Giudici e Re, affinché governassero in armonia con le tue leggi e guidassero il tuo popolo nel sentiero della vita.
Come tutti gli esseri umani, per loro è stato difficile perseverare nella fedeltà, e si procurarono dolori e difficoltà e hai voluto, Signore, che la loro storia si scrivesse e fosse stata di lezione a popoli e nazioni.

Meditazioni

Una Meditazione di Rosaria Schimmenti. 

Ieri sera partecipai ad un culto di preghiere e di intercessione per gli ammalati.
Come sappiamo la chiave per guarire è la fede, che consiste nella sicurezza di ricevere ciò che si chiede.
Ma vi è un’altra chiave molto importante che ci apre la porta della guarigione.
La luce di questa verità viene dalla parola di Dio, dove il Padre Eterno ci insegna che per ricevere, dobbiamo per prima noi dare, con il cuore e per amore: "Date e vi sarà dato, rimettete i peccati e vi saranno rimessi".
Gesù ha dato la sua vita per amore.
Una grande lezione possiamo trarla dal libro di Giobbe.
Siamo consapevoli delle calamità e delle sofferenze che si sono abbattute nella sua vita, è stato spogliato da tutti i suoi averi, anche della salute.
Lui chiedeva la guarigione per se, e il Signore gli ordinò di offrire sacrifici per i suoi amici.
Poteva rispondere: “Ma come Signore! Io sono ridotto fino all’osso! E devo offrire sacrifici per loro?”.

Giobbe, nonostante la sofferenza, aveva ancora la ricchezza spirituale interiore che nessuno poteva conoscere, se non lui solo... e Dio.
Penso che si sia preoccupato molto per i suoi amici e non voleva che rischiassero di venirsi a trovare in una condizione simile alla sua, perché si erano macchiati di colpa nel tacere davanti alla sofferenza dell’amico e alle sue parole, perché Giobbe si reputava innocente è irreprensibile.
Nel loro dialogo vi fu alla fine una lunga pausa silenziosa, si erano arresi, non vi erano parole a favore di Dio; era come incolparlo di ingiustizia, è questo è stato un grave peccato agli occhi del Signore.
Spesso in alcuni culti odierni si viene a creare una situazione simile, causata dall’insistenza eccessiva nel chiedere che alla fine sembra che Dio sia ingiusto perché non esaudisce le nostre richieste e non mostra miracoli e opere potenti.
Certe volte anche sembra a noi stessi di volerlo accusare per questo Suo diniego.
Vogliamo che Dio fa la nostra volontà, mentre dobbiamo essere noi a fare la Sua volontà.

Magdi Allam critica l'appello di 138 musulmani. 

Dal CORRIERE della SERA del 19 ottobre 2007.
Se si chiedesse ai musulmani «Voi siete per la vita dell'umanità e per l'amore degli uomini?», la stragrande maggioranza risponderebbe indubbiamente: «Sì».
Ma se si chiedesse loro: «Voi siete per la vita di Israele e per l'amore degli israeliani? », ebbene, state certi che la stragrande maggioranza risponderebbe: «No», perché li considerano «il nemico da eliminare, conformemente alla Sharia, la legge islamica».

Ugualmente se si chiedesse loro: «Voi siete contro il terrorismo?», la stragrande maggioranza risponderebbe indubbiamente: «Sì».
Ma se si chiedesse loro: «Voi siete contro il terrorismo palestinese, iracheno o afghano? », ebbene state certi che la stragrande maggioranza risponderebbe «No», perché non lo considerano terrorismo bensì «resistenza, il livello supremo della Jihad, la guerra santa, legittimata dal Corano».

Che cosa significa?
Che i musulmani, lo dico con rammarico, mantengono un doppio parametro etico sulla vita e sull'amore, a secondo dell'identità del prossimo e dei carnefici; e che, di conseguenza, disconoscono sostanzialmente la sacralità della vita.
Ebbene, la storia mediorientale del dopoguerra ci insegna che nel momento in cui i musulmani hanno mantenuto un'eccezione al diritto alla vita, ritenendo che esso valesse per tutti tranne che per Israele, quest'eccezione ha spalancato una voragine nichilista che ha finito per fagocitare e infierire contro tutti i «diversi», sprigionando un'ideologia di odio, violenza e morte che in ultimo si è ritorta contro gli stessi musulmani, al punto che oggi la gran parte delle vittime del terrorismo islamico, che si fonda sulla discriminazione di Israele rispetto al diritto alla vita, sono musulmani.

Un articolo di Maurizio Molinari. 

Da La STAMPA del 18 settembre 2007.
«Per evitare la Terza Guerra Mondiale bisogna impedire all'Iran di avere l’atomica».
E’ la prima volta che George W. Bush lega il programma nucleare di Teheran ad un conflitto di dimensioni planetarie e lo fa durante una inattesa conferenza stampa, convocata nella Bradley Room della Casa Bianca per rispondere alle sfide diplomatiche arrivate da Mosca e da Pechino.
Al mattino Bush ha visto campeggiare sui quotidiani le foto del sorridente Vladimir Putin a Teheran, vicino a Mahmud Ahmadinejad.

All'abbraccio fra i presidenti di Russia e Iran unito al monito del Cremlino contro l’uso della forza, Bush risponde alla sua maniera, va al contrattacco.
«Finora la Russia ha sempre votato con il Consiglio di Sicurezza le sanzioni contro il programma nucleare - esordisce - e più che alle foto stampate crederò a quanto mi dirà Putin sui colloqui avuti a Teheran».
Ma in attesa che ciò avvenga l’inquilino della Casa Bianca vuole far capire al leader russo - ed anche ad Ahmadinejad - che l’America non consentirà mai all'Iran di coronare la corsa all'atomo.

Da qui la scelta di una inedita terminologia: «In Iran c’è un leader che vuole distruggere Israele, per questo ho detto che se si è interessati ad evitare una Terza Guerra Mondiale bisogna voler prevenire la possibilità che l’Iran abbia la conoscenza necessaria per realizzare la bomba».
Ciò significa che la Casa Bianca ha pochi dubbi sul fatto che se Amadinejad avrà la bomba la userà contro Israele, scatenando un conflitto atomico dalle conseguenze non prevedibili.

Un articolo di Dimitri Buffa. 

Da L'OPINIONE del 18 ottobre 2007.
In Iran, se sei donna e sei costretta a commettere un omicidio, preterintenzionale, per legittima difesa da qualcuno che tenta di stuprarti, vieni giustiziata senza pietà.
La vita della povera Fakhte Samadi ieri si è conclusa così, con un’impiccagione pubblica a Teheran, senza che un cane occidentale le avesse dato una mano a sfuggire alla morsa in cui era stata cacciata dalla legislazione shariatica e maschilista dello stato canaglia degli ayatollah.

Solo pochi giorni fa la resistenza iraniana in esilio aveva lanciato un appello per la donna, ma nessuno ha voluto aiutarla.
Certo non il ministro degli esteri Massimo D’Alema che non risulta essersi interessato del caso nonostante le numerose segnalazioni.
La storia di lei, Fakhte Samadi, si esaurisce in poche righe di biografia, prima della tragedia: la donna aveva alle spalle un matrimonio fallito e si era trasferita dalla sua città nativa, Isfahan, dopo il divorzio dal marito, a Teheran per costituirsi una vita più tranquilla, facendosi assumere in uno studio dentistico come segretaria.
Non lo poteva certo immaginare che avrebbe incontrato in quello studio dentistico di Teheran il proprio infausto destino.

Archeologia

Nel 1945 Waldemar Julsrud, un immigrato tedesco, nonché esperto archeologo, scoprì delle statuette di argilla, sepolte ai piedi del monte El Toro, nelle vicinanze di Acambaro, presso Guanajuato, in Messico.
Vicino a El Toro e dall'altra parte della cittadina, presso il monte Chivo, furono scoperte oltre 33.000 figurine in ceramica.
Manufatti simili, trovati in zona, furono associati alla cultura pre-classica di Chupicuaro (dall'800 a.C. al 200 d.C.).

L'autenticità dei ritrovamenti di Julsrud fu messa in discussione in quanto l'enorme collezione includeva dei dinosauri.
La maggior parte degli archeologi ritiene che i dinosauri siano estinti da 65 milioni di anni, e la loro conoscenza da parte dell'uomo é limitata agli ultimi 200 anni.
Se questo é vero, non é possibile che l'uomo li abbia visti e raffigurati 2.500 anni fa.

Tra il 1945 e il 1946, il direttore di archeologia della zona di Acambaro, per conto del Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico, era Carlos Perea.
In un'intervista registrata, egli descrisse gli scavi di Julsrud come non autorizzati, come lo erano molte altre scoperte simili fatte dai contadini della zona, però non aveva dubbi sul fatto che i ritrovamenti fossero autentici.
Riconobbe di aver esaminato le statuette, compresi i dinosauri, provenienti da molti siti diversi.
Era presente quando furono effettuati ufficialmente degli scavi dal Museo Nazionale e dal Museo Americano di Storia Naturale.
Vennero trovate numerose statuette, inclusi dinosauri, che egli ha descritto in dettaglio.

Un commento di Umberto De Giovannangeli. 

Per lui la vita degli ebrei vale meno della "libertà di movimento" degli arabi, ma quello di John Dugard, inviato dell'Onu, non è antisemitismo, e nemmeno "pregiudizio antisraeliano".

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, del quale fanno parte stati come Cuba, l’Arabia Saudita e la Cina, è notoriamente un'entità da farsa che si dedica in modo esclusivo alla messa in scena di un continuo processo contro Israele.
Non soddisfatte, le Nazioni Unite hanno anche un "inviato speciale delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi", il signor John Dugard.
Non hanno ritenuto di inviare nessuno per tutelare i diritti umani degli israeliani minacciati dal terrorismo a Tel Aviv o ad Haifa, e Dugard non si preoccupa minimamente dei diritti umani degli israeliani di Ariel o Kiryat Arba, che pure vivono nei "Territori".
Sono "coloni", dunque bersagli legittimi.
Il razzismo implicito nel mandato di Dugard è pienamente rispecchiato dalle conclusioni cui è giunto, che definiscono "apartheid" le necessarie misure di sicurezza adottate da Israele e stabiliscono che la "libertà di movimento" degli arabi vale molto di più del diritto alla vita degli ebrei.
Vi è infatti, assicura Dugard, una "sproporzione" tra la minaccia delle stragi del terrorismo suicida, o degli omicidi dei cecchini palestinesi, e "le restrizioni alla circolazione" imposte da Israele per difendersi.
Dugard riprende qui la felice formula dalemiana che, come si vede, è estendibile a qualsiasi azione israeliana, dalle eliminazioni mirate "dei palestinesi", alla barriera difensiva.
Israele potrebbe avere l'approvazione dell'Onu soltanto se si offrisse inerme ai colpi dei suoi nemici.
Ovviamente Dugard non ha "alcun pregiudizio antisraeliano" e rigetta "con sdegno le accuse strumentali di antisemitismo".
Il che dovrebbe bastare a chiudere la questione.
Si capisce che all'UNITA' vadano pazzi per un tipo così, che parla come D'Alema e risponde alle critiche come lui.

La fede mi ha rilanciato. 

14 ottobre 2007  
"Ogni uomo, così come ogni calciatore, può attraversare un momento di crisi, a me è successo per tanti motivi, forse anche perché sono arrivato alla Juventus a 25 anni e pensavo di essere arrivato.
Mi è mancata l'umiltà, poi è arrivato qualche guaio fisico che ha disturbato la mia crescita".

A parlare è Nicola Legrottaglie che torna indietro di qualche anno, ai tempi in cui conquista la Nazionale e la maglia bianconera per poi collezionare delusioni e stagioni da dimenticare.
Adesso Legrottaglie lavora per tornare ad essere quello di una volta, intanto ha riconquistato una maglia da titolare nella Juventus.

"La voglia di reagire - spiega Legrottaglie ai microfoni di Quelli che...Il calcio -, la famiglia e alcuni veri amici mi hanno aiutato in quel momento di crisi, ma la vera forza che mi ha permesso di reagire a tutto è stata la fede in Dio, una cosa meravigliosa che ho sperimentato e che ti aiuta nella vita di tutti i giorni.
Mi ha permesso di migliorarmi interiormente e questo mi ha consentito di dare qualcosa in più anche come calciatore".

Leggi altre testimonianze
Intervista di Bernardo Valli al regista Claude Lanzmann. 

Da La REPUBBLICA del 15 ottobre 2007 - PARIGI
L'incontro comincia male.
Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide.
"Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e super trattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un'opera d'arte riconosciuta come tale...".
In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana.
In fatto di umiltà c'è di meglio; in fatto di egocentrismo è difficile fare di più.
Ma Lanzmann ha ragione; i superlativi che ti riversa addosso sono giustificati.
E' stato detto che Shoah è una "fiction della realtà": ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori ed, al tempo stesso, è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari.

Simone de Beauvoir ha parlato di un'inimmaginabile "mescolanza di orrore e bellezza".
La formula suona come un ossimoro.
Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.
Quel che Lanzmann ha realizzato rende preziosa la sua arroganza.
Con l'andare degli anni, ne sono passati ventidue dall'uscita del film, il robusto uomo con i capelli corvini che interrogava assassini e vittime, tenace, senza mai perdere la pazienza o smarrirsi nella pietà o esplodere nello sdegno, senza quasi mai rivelare commozione nell'ascoltare i racconti dei superstiti di Treblinka, o il disgusto nell'ascoltare quelli di un aguzzino delle SS o di un responsabile nazista nella Varsavia, in cui gli ebrei del ghetto morivano di fame, quel formidabile cronista che per dodici anni si è dedicato al suo film (trecentocinquanta ore di ripresa, il cui montaggio ha richiesto cinque anni e mezzo) è diventato un ottantenne taurino, che al primo contatto rivela un caratteraccio.

L'opinione di Deborah Fait. 

Giù le mani da Gerusalemme, giù le mani da Kotel e giù le mani da Israele!
Mentre ci avviciniamo a grandi passi verso la conferenza di Annapolis, Abu Mazen e i suoi ministri stanno scoprendo le carte e lo fanno in un modo che più chiaro non si può.
Abu Mazen annuncia che non accetteranno meno di 6205 kmq di territorio, cioè un terzo dell'attuale Israele.
Un consigliere di Mahmud Abbas, Adnan Husseini, dichiara che il Muro del Pianto (Kotel) è palestinese: "Il Muro del Pianto fa parte della tradizione islamica, non può essere ceduto, deve essere sotto controllo musulmano".
Come Gesù (anche Gesù era palestinese, secondo questi fantasiosi e truffaldini personaggi), il Kotel è palestinese.
Gerusalemme è palestinese, tutto è palestinese.
Non sono mai esistiti come popolo, ma tutto appartiene a loro.

Israele diventò una Nazione duemila anni prima dell'avvento dell'Islam.
Gerusalemme è stata Capitale di Israele per 1.000 anni e di nessun paese arabo. MAI.
Gerusalemme è nominata 700 volte nella Bibbia ebraica e mai una volta nel Corano.
Gli ebrei sono sempre stati la maggioranza a Gerusalemme, anche nei secoli passati.
Ma i palestinesi, da provetti truffatori, vorrebbero ingarbugliare la storia, a cambiarla, a spacciarsi per l'unico popolo avente diritto di abitare questa Terra e tutto diventa, come per una malefica magia, loro proprietà, persino il Muro del Pianto, verso il quale tutti gli ebrei del mondo hanno pregato per 2.000 anni di esilio e a ridosso del quale i giordani nel 1948 avevano costruito delle latrine in segno di massimo dispregio.
Grande tradizione islamica il Kotel, non c'è che dire!

Da LA STAMPA. 
"Hitler delira e Nostradamus è il suo profeta". 
Di Maurizio Molinari. 

Adolf Hitler leggeva le profezie di Nostradamus, conservava volumi di autori ebrei che aveva messo all’indice, riceveva in dono manuali vegetariani e divorava gli scritti del filosofo nazionalista tedesco Johann Gottlieb Fichte.
Ad averlo scoperto è Timothy Ryback, lo studioso di Harvard, storico dell’Olocausto e residente a Parigi, riuscito ad avere accesso alla biblioteca segreta del Führer e in procinto di pubblicare nel 2008 per l’editore Knopf il volume Hitler’s Secret Library.

Come ha trovato i libri?
«I libri si trovavano nel bunker sotterraneo di Hitler a Berlino; poco prima dell’arrivo dell’Armata Rossa li mise dentro enormi scatoloni spedendoli nel Sud della Germania, nella fortezza di Berchtesgaden, dove immaginava di poter resistere.
In quella fortezza vennero trovati dall’esercito americano che li spedì a Washington, dove sono custoditi ancora oggi in una sala riservata della Biblioteca del Congresso, nella quale ho avuto la possibilità e il privilegio di entrare a partire dal 2001, svolgendo la ricerca che ho continuato fino a pochi mesi fa, arrivando a scrivere quello che è a tutti gli effetti un libro sui libri».


Testimonianze

Il nostro cambiamento. 

Gaetano e Rosa avevano finalmente ultimato la costruzione della propria abitazione.
Da buoni cattolici non mancarono di fare nel prospetto una nicchia per un “santo”.
Tra San Nicola e San Vincenzo scelsero la seconda, la più economica: £ 10.000.
Felici, tra fiori e candele ve la collocarono.
Oltre alla protezione e la benedizione della casa, San Vincenzo poteva essere un aiuto nel tempo del bisogno.
Educati nelle tradizioni, più che nella Parola di Dio, in quel tempo fecero ciò che Dio non vuole: "Non ti farai scultura alcuna né immagine alcuna... Non ti prostrerai davanti a loro e non le servirai, perché Io, l’Eterno, il tuo DIO, sono un Dio geloso...” (Esodo 20:4-6).
Ben ebbe a dire Gesù: “Così avete annullato la Parola di Dio a motivo della vostra tradizione” (Matteo 15:6).
Alla loro conversione, però, passarono dalle tradizioni alla Parola di Dio, e fecero dunque quello che Egli vuole: “Le mie parole li metterete nel cuore... le insegnerete ai vostri figli... le scriverai sugli stipiti della tua casa...” (Deuteronomio 11:18-20).
Infatti tolsero la statua e sullo sportello della nicchia scrissero le parole di una delle promesse più belle dette da Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giovanni 14:6).

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