La Pasqua ebraica

Studio sulla Pasqua ebraica.

La festività di Pesach cade il 14 del mese di Nissan, giorno in cui Dio liberò Israele dalla schiavitù dell’Egitto e aprì il Mar Rosso... ma questa data non è casuale.
Per gli ebrei Nissan non è il mese della liberazione perché in esso avvennero i prodigi dell’esodo; al contrario, i prodigi dell’esodo avvennero in quel mese perché Dio l’aveva scelto appositamente per la liberazione spirituale del suo popolo, essendo un tempo di liberazione naturale.
Nissan (a cavallo tra marzo e aprile) è infatti il mese in cui entra la primavera, in cui la natura si libera dalle catene dell’inverno: per questo è il tempo in cui Israele è stato liberato dall'inverno della schiavitù.

Per tutto il mese di Nissan è vietato pronunciare preghiere penitenziali, cantare lamentazioni e digiunare, con la sola eccezione della vigilia del grande Shabbath (il sabato che precede la pasqua o che la celebra), in cui i primogeniti digiunano in memoria della morte dei primogeniti egiziani.
Ogni primogenito maschio che ha raggiunto la bar-mitzvah (la festa che segna il passaggio all'età adulta, a tredici anni) digiuna.
Per i più piccoli, digiuna il padre o, se anch'egli è primogenito, la madre.

Tutta la spiritualità ebraica ha origine dalla Pasqua.
Nella notte dell’esodo Dio si scelse un popolo, lo adottò e lo strappò dal potere di un altro, dimostrando così che egli è il Signore della storia.
In ogni notte di Pasqua, quindi, gli ebrei partecipano a quell'intervento e preparano la venuta del Messia, sedendosi famiglia per famiglia, comunità per comunità, come fecero i loro padri, attorno a una mensa addobbata con i segni della redenzione, per proclamare le meraviglie che Dio ha operato per loro, per partecipare (e non solo ricordare) attraverso il mangiare e il bere, secondo l’invito ripreso dal Talmud: “In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall'Egitto”.

Il Seder pasquale è quindi un dono di Dio, un’opportunità che Egli offre a ogni ebreo per risperimentare la redenzione.
Il nome Seder di pasqua, significa, infatti, “ordine di Pasqua”.
Ogni minimo dettaglio fa parte di un progetto unico, sin dalla preparazione, che nella cultura ebraica segna tutta la vita dell’uomo: la storia prepara l’umanità per il regno di Dio, per la venuta del Messia e per la risurrezione dai morti; la vita di ogni singolo individuo lo prepara per la vita eterna.
Ma in nessuna occasione la preparazione viene così insistentemente sottolineata dalla Torah come a Pesach, perché a Pasqua si esce dalla schiavitù.

I segni
Il fulcro della preparazione pasquale è l’eliminazione di ogni lievito.
Alcuni rabbini dicono che la differenza tra la parola chametz (= lievito) e matzah (= il pane azzimo) sta nella differenza tra la lettera he e la lettera cheth.
La lingua ebraica è diversa dalla nostra e dalla traslitterazione con cui la riproduciamo.
Tutte le lettere contenute nelle due parole sono uguali; perché he e cheth siano uguali manca solo un puntino.
Quando Israele uscì dall'Egitto era così degenerato per la dura schiavitù che solo un puntino lo separava dalla morte eterna.

La caratteristica principale della matzah è l’assenza di ogni lievito.
Il lievito fa crescere la pasta e le dà gusto ed è perciò il segno dell’autoaffermazione, dell’oppressione e del peccato.
Lo chametz, simbolo dell’istinto malvagio che abita nell'uomo (l’arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la menzogna, la durezza del cuore e del volto...) è più gustoso e gradevole della matzah (l’istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell'operare il bene, la prudenza, l’umiltà e la verità).

L’eliminazione del lievito è quindi segno dell’eliminazione da sé di ogni traccia di istinto malvagio.
L’ebreo non può sperimentare di essere redento dalle impurità dell’Egitto, se non entra nell'umiltà e nell'obbedienza.
I saggi di Israele sottolineano che i Padri furono redenti dall'Egitto non per merito della fede (che non avevano) e neanche per una loro azione morale o sociale, ma per una semplice e “stupida” obbedienza alla parola di un altro, Mosè, che parlava a nome di Dio.
Un midrash racconta addirittura che furono soltanto i più poveri e disperati che obbedirono, mentre tutti gli altri Israeliti perirono con i primogeniti o rimasero in Egitto.

La matzah è il segno più importante perché unisce l’esilio alla redenzione.
Matzah è il pane dell’umiliazione e della povertà, che in Egitto veniva mangiato dagli schiavi, i quali non potevano aspirare a un pane migliore, ma è anche il segno della libertà, perché quando scoccò l’ora della liberazione, tutto si svolse con tale rapidità che gli ebrei non ebbero neppure il tempo di far lievitare il pane e uscirono con le loro provviste di pane azzimo non cotto.

L’erba amara è segno dell’amarezza della vita in Egitto e l’agnello del mezzo con cui Dio preservò gli ebrei dallo sterminio dei primogeniti: il sangue con cui segnarono gli stipiti delle loro case.
Adesso, durante la notte di Pesach, ogni commensale beve quattro coppe di vino, preparato con la stessa cura del pane azzimo.
Ogni volta che si beve (con la destra, appoggiati sul fianco sinistro, come banchettavano gli uomini liberi al tempo dei romani), la coppa deve essere svuotata.

Le coppe sono quattro perché la Salvezza, lungo la storia, si è manifestata attraverso molte salvezze.
Ma quattro sono quelle fondamentali, da cui derivano tutte le altre, le quattro notti scritte nel libro dei memoriali:
1) la notte della creazione del mondo;
2) la notte della fede di Abramo, quando offrì in sacrificio il figlio Isacco;
3) la notte della liberazione dall'Egitto;
4) la notte della liberazione definitiva.

La Pasqua ebraica ha una forte dimensione escatologica.
Il memoriale dell’esodo è non solo esperienza concreta e presente, ma anche preludio della redenzione finale e messianica.
Per questo il Talmud dice che quando il Messia verrà, l’uscita dall'Egitto passerà in secondo piano.
Israele esprime questi due poli (Esodo e attesa del Messia) che animano tutta la notte, con il canto dell’Hallel, che è diviso in due parti: i primi due salmi, che si riferiscono direttamente all'uscita dall'Egitto, si cantano prima della Cena e segnano la fine del racconto dell’esodo; gli altri salmi, tutti rivolti alla lode di Dio, si intonano dopo il pasto, quando Israele guarda al futuro, alla redenzione, al Messia.

La cena
La Cena di Pasqua inizia quando vengono accesi i candelabri dalle sette braccia e gli altri lumi.
La madre pronuncia la benedizione sulla luce, simbolo della luce che viene da Dio e che deve illuminare la loro vita.
La tavola è apparecchiata nella stanza più bella, con una tovaglia bianca e ricamata.
Come un grande “mistero”, il piatto del Seder è posto davanti al padrone di casa, che ne svelerà i significati.
Sopra vi sono sistemati la lattuga, frutto della terra, il maror (l’erba amara), il charoset (un dolce a forma di mattone), un uovo sodo e un osso di agnello o di gallina spolpato (gli ebrei non mangiano più l’agnello a motivo della distruzione del Tempio di Gerusalemme).

Accanto al piatto stanno le tre matzoth, ognuna separata dall'altra da una tovaglia di lino.
Prendendo posto a tavola, il capofamiglia pronuncia la benedizione rituale sul vino, di cui i commensali bevono la prima coppa, quella del qiddush (santificazione della festa).
Poi si intinge un pezzo di sedano o prezzemolo nell'aceto e nell'acqua salata, quindi si divide in due parti un azzimo: una metà la si mette sotto il tovagliolo(sarà l’afiqoman che si mangia dopo la cena), l’altra viene mangiata dopo la proclamazione delle parole: “Ecco il pane della sofferenza, che i nostri padri mangiarono in terra d’Egitto: chiunque ha fame venga e mangi, chiunque ha bisogno venga e faccia la Pasqua”.

A questo punto ha inizio la Magghíd: la narrazione della storia della salvezza.
Si riempie la seconda coppa di vino e il figlio più piccolo pone al padre le domande su cui si basa il racconto dell’Esodo.
È la parte centrale della notte di Pesach, dopo la quale si canta l’inno di riconoscenza per tutte le meraviglie che il Signore ha compiuto verso Israele: il dajenù.
Di nuovo il figlio più piccolo chiede perché si mangiano quelle cose e il padre spiega i segni della cena.
Solo allora, dopo essersi lavati le mani, si possono mangiare le erbe amare e il pane azzimo.

Poi si beve la seconda coppa, quella della haggadah (la liberazione dall’Egitto); si intinge un pezzetto di sedano nell’harosèt e si mangia, rendendo grazie a Dio.
Poi inizia la cena vera e propria, ricca e accompagnata da bevande e vini buoni, perché è un pasto di gioia.
Al termine si prende l’afiqoman, il pezzo di pane azzimo conservato all'inizio, e si mangia in memoria dell’Agnello pasquale.

Si beve la terza coppa, che accompagna l’azione di grazie al termine del pasto; si versa il vino nella quarta, riempiendo un calice in più per Elia e si apre la porta per permettere sia all'inviato di Dio, sia al povero che passa, di entrare e condividere la mensa.
Bevendo la quarta coppa, quella dell’hallel, con i salmi di lode che concludono la cerimonia.
Così, la liturgia di Pesach è compiuta.

La Magghíd
I segni della Pasqua, soprattutto la matzah, sono la base per il racconto dell’esodo.
I rabbini leggono le parole “pane dell’umiliazione” anche come “pane sopra il quale si dicono molte cose”.
Prima di poter mangiare i segni della propria liberazione, l’ebreo deve parlare dell’uscita dall'Egitto, perché il loro esodo è il fondamento di tutto.
Ma questa narrazione ha un carattere particolare: deve compiersi attraverso domande e risposte tra il padre e i figli, come dice la Scrittura: “Quando tuo figlio domani ti domanderà: ‘Che significa ciò?’ tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire...”.

Il narrare come risposta alle domande, al “perché questa notte è diversa dalle altre notti?”, che scaturisce con stupore dai bambini di fronte ai segni, è importantissimo, perché solo chi veramente si pone delle domande sarà interessato alla risposta e perché, per gli ebrei.
C’è una domanda fondamentale che deve scaturire in ciascuno ogni volta che si ascolta la parola di Dio: “Che cosa mi dice con questa Parola il Signore?”.
Porre questa domanda da figlio al proprio padre nella notte di Pesach ha un valore enorme: è segno della trasmissione della fede.

Gli ebrei celebrano il Seder nella cerchia familiare come fecero i loro padri per la prima volta in Egitto, quando si radunarono nelle loro case attorno a “un agnello per ogni famiglia, uno per ogni casa”.
Era una dimostrazione di libertà: come schiavi non potevano vivere una normale vita familiare, ma in quella notte poterono radunarsi nella propria casa, mentre fuori si compiva il giudizio di Dio.
Inoltre l’esodo è l’evento con cui Dio si scelse una famiglia: la liberazione dall'Egitto segna la nascita degli ebrei come nazione, unita da un legame particolare dei figli con il padre: “Israele è il mio primogenito...”.

Poiché la continuità di una nazione ha le radici naturali nella famiglia, da quella prima Pasqua, gli ebrei continuano a celebrare la notte del Seder riunendosi per famiglie.
In quella notte, ogni anno, il padre deve nuovamente parlare ai figli, con l’autorità che ha il rappresentante di una nazione, per renderli pienamente coscienti delle loro origini e per aggiungere un nuovo anello alla catena della tradizione: la Magghíd è il fulcro della trasmissione della fede, e tutti i presenti ne sono testimoni.

Trasmettendo il messaggio di Pasqua ai suoi figli, il padre deve seguire anche un’altra indicazione: “Comincia con la parte umiliante della nostra storia e concludi con quella gloriosa”.
L’uomo deve avvertire e riconoscere i propri limiti e le proprie schiavitù in tutta la loro concretezza, per poter apprezzare con gratitudine la propria liberazione e prendere a cuore i suoi insegnamenti.
Per questo, i segni del Seder esprimono sia schiavitù che libertà e aiutano a uscire dalle proiezioni del passato e a entrare nella vera storia.
Entrando in essa con Dio si può uscire dall'Egitto verso la libertà.

Uno studio di Alessia Pasquino

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