Asia Bibi in prigione per Cristo

Isha e Isham erano molto uni­ti alla loro mamma, prima che fosse imprigionata sotto l'ac­cusa di blasfemia, ma ora l'hanno vista solo poche volte, dal suo arre­sto avvenuto nel giugno del 2009.
"La mamma ci ama" dice Isham a un collaboratore della Missione per la Chiesa Perseguitata, "lei ci portava al bazar, e io la aiutavo nei lavori domestici di tutti i giorni, come pulire o altri semplici com­piti che potevo eseguire.
Lei ci aiutava sempre a prepararci per la scuola prima di recarsi al lavoro".
Isha, che ha 12 anni, e Isham, che ne ha 8, stanno vivendo senza la loro mamma da più di due anni, e l'hanno vista una sola volta dal­lo scorso marzo.

Mentre le figlie di Asia Bibi pregano per la sua scarcerazione, lei siede da sola in una cella di poco più di un metro e mezzo per due, condannata alla pena di morte e aspettando una possibile esecuzione.
Il suo "cri­mine" è stato quello di dire la ve­rità sulla propria fede.
Asia è una normale cristiana pakistana, una raccoglitrice di frutta, ma è un col­legamento vitale nel piano di Dio per portare la Sua verità al Paki­stan e al mondo intero.
Nel Pakistan di oggi, i musulma­ni militanti vedono Asia e altri coraggiosi cristiani pakistani come blasfemi.
Loro si sentono insultati e offesi dalla verità del Vangelo, e pensa­no di servire Allah bruciando chiese o imprigionando e uccidendo cristiani.

Dopo che Asia è stata impri­gionata, suo marito Ashiq non ha portato spesso le bambine quando andava a trovarla in carcere.
Ma un giorno, lo scorso maggio, Asia ha chiesto ad Ashiq di portare le bimbe, perché il suo cuore soffri­va per loro.
Le ragazze erano in estasi; anche se la visita di Isha e Isham è stata breve, loro erano entusiaste di vedere la loro madre.
"Quando mi ha visto, ha escla­mato: 'Oh, mia figlia sta crescen­do!'", ricorda Isham; "speravo di avere un abbraccio da mamma, ma c'erano le sbarre tra di noi".
Asia e le sue figlie hanno avuto solamente la possibilità di toccare le punte delle dita l'una dell'altra, attraverso le sbarre.
Mentre Ashiq e le ragazze stavano per lasciare la prigione, Isham ha chiesto alla mamma di "tornare a casa presto".
La gioia di aver visto la propria madre si è sciolta nel­la tristezza del ritorno a casa, un posto senza il tocco speciale della loro mamma, senza il suo inco­raggiamento quotidiano, senza abbracci materni.

Prima del suo arresto, Asia Bibi lavorava raccogliendo frutta in una fattoria nella provincia paki­stana del Punjab.
Un giorno por­tò dell'acqua alle altre lavoratrici del campo, ma loro si rifiutarono di berla, dicendo che il conteni­tore era stato contaminato da una ladra infedele.
Le colleghe musulmane tormentavano Asia a causa della sua fede cristiana, dicendo che il suo profeta era nato senza un padre.
Asia rispose: "II nostro Cristo ha sacrificato la sua vita sulla croce per i nostri peccati; che cosa ha fatto il vostro profeta per voi?
Il nostro Cristo è vivo, il vostro pro­feta è morto.
Il nostro profeta è il vero profeta di Dio, il vostro no".
Le colleghe di Asia riportarono le sue "blasfeme" parole ai capi re­ligiosi del villaggio.
Cinque gior­ni dopo, numerosi mullah e capi islamici locali strapparono Asia dal suo posto di lavoro.
La don­na fu picchiata da una folla che si era radunata sul posto, e non le fu permesso di difendersi dalle accuse di blasfemia che venivano pronunciate contro di lei.
Molti abitanti del villaggio accorsero in sua difesa, ma i fanatici islamici li mi­nacciarono di malmenare anche loro se non fossero andati via.

Asia fu arrestata e portata in pri­gione.
Le sue guardie le dissero che se si fosse convertita all'Islam , l'avrebbero lasciata andare, ma lei rifiutò, dicendo loro: "Potete anche uccidermi, ma non lascerò il mio Gesù".
La sezione della Missione per la Chiesa Perseguitata, presente in Pakistan, ha aiutato Asia e la sua famiglia da quando è giunta la notizia del suo arresto.
Attraverso il Fondo per le Famiglie dei Mar­tiri, la Missione ha provveduto un aiuto economico per Ashiq e per le bambine, e dal punto di vista legale ha aiutato Asia a preparare l'appello legale contro la sua condanna a morte.
La famiglia è stata costretta a traslocare ben cinque volte negli ultimi diciassette mesi a causa delle minacce ricevute.
La Missione li ha aiutati con gli spostamenti e anche con le spese di affitto; sta inoltre pagando le tasse di iscrizione scolastiche delle bambine, in modo che possano conti­nuare il loro percorso educativo.

Diciassette mesi dopo il suo ar­resto, Asia fu accusata di aver violato il paragrafo C della legge 295, nota come legge sulla blasfemia (contro Maometto) e condannata a mor­te.
Nessun cristiano in Pakistan è stato mai ucciso per aver viola­to la legge anti blasfemia, ma in molti casi, gli estremisti islamici hanno assassinato i cristiani dopo il loro rilascio dalla prigione.
I cristiani hanno lanciato appelli per la liberazione di Asia e per un'abrogazione di tale legge, men­tre gli estremisti musulmani in Pakistan continuano a chiedere che la donna sia giustiziata.
Addirittura, Maulana Yusaf Qureshi, un imam della famosa moschea Mohabbat Khan a Peshawar, nel Pakistan nord occidentale, ha emanato una fatwa (decreto religioso) contro Asia, offrendo una ricompensa di 6.000 dollari a chiunque la uccida.
La sua famiglia e i suoi amici sono preoccupati che lei possa es­sere uccisa da un'altra detenuta o da una guardia, o persino avvele­nata dallo staff delle cucine.
Per la propria sicurezza, è confinata nella sua cella, e cuoce da sé i suoi pasti con verdure che le pro­cura il marito.

Anche se Asia non sa leggere, tie­ne sempre una copia della Bibbia nella sua cella, dove ad un'altra donna cristiana le viene dato il permesso di leggere la Bibbia e di pregare con lei.
Ashiq visita Asia ogni 15 giorni e la incoraggia durante il tempo del­la visita.
"Le dico sempre che la Missione per la Chiesa Persegui­tata ci ha aiutato fin dall'inizio e che è ancora con noi", dice Ashiq; "le dico che molti cristiani stan­no pregando per noi: 'Non ti pre­occupare; la tua storia è diventata un caso internazionale e ci vorrà del tempo per risolverlo'.
Cerco di mantenere saldo il suo cuore".
Ashiq racconta che l'arresto e la detenzione di Asia hanno aiutato lui e le figlie a crescere nella fede. "Quando le avverto di non usci­re di casa, a causa delle minacce contro la nostra famiglia, loro di­cono sempre: 'Se ci uccidono per Cristo, allora va bene. Noi siamo pronte'".
Ashiq chiede che continuiamo a pregare per la liberazione di sua moglie affinché la famiglia possa essere riunita.
Lui crede che Dio abbia permesso che la sua fami­glia sperimentasse questa prova, perché li sta mettendo alla prova.
"...Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato" ricorda Ashiq citando Matteo 24:13.

I difensori di Asia uccisi.
Nel corso della disputa sulla con­danna a morte di Asia Bibi, due politici pakistani sono stati assas­sinati per aver pubblicamente di­feso la donna.
Il Governatore Salman Taseer aveva fatto visita ad Asia in prigione il 20 novembre 2010 e aveva lanciato un appello per la sua scarcerazione.
Il Mi­nistro Federale per le Minoran­ze, Shahbaz Bhatti, aveva difeso Asia fin dall'inizio della storia. Entrambi sono stati assassinati.
II Governatore Taseer, pur essendo un musul­mano, è stato colpito a morte il 4 gennaio 2011 da una delle sue guardie del corpo.
La guardia del corpo ha detto di aver ucciso Ta­seer, perché aveva preso posizione a favore dell'abo­lizione della legge sulla blasfe­mia.
Il Ministro Shahbaz Bhatti, cri­stiano e da sempre propugnatore dei diritti dei cristiani in Pakistan, è stato ucciso da quattro uo­mini armati, che hanno aperto il fuoco sulla sua auto mentre si di­rigeva al lavoro il 2 marzo 2011.
Bhatti aveva ricevuto numerose minacce di morte a causa del suo sostegno ad Asia Bibi e dei suoi continui sforzi per abolire la leg­ge sulla blasfemia.

Pochi giorni prima della sua morte, Bhatti era comparso in un video, dichiaran­do che non si sarebbe fermato di fronte alle minacce sulla sua vita, da parte di chi "vuole imporre la propria filosofia radicale in Paki­stan".
Bhatti diceva: "Io credo in Gesù Cristo, che ha dato la pro­pria vita per noi. Io so qual'è il significato della croce... e sono pronto a morire per una causa.
Io vivo per la mia comunità e per il mio popolo che soffre, e morirò per difendere i loro diritti".
I gruppi terroristici musulmani responsabili della morte di Bhatti - Tanzeem Al-Qaeda e Tehrik-e-Taliban - sulla scena del delitto hanno lasciato opuscoli minacciosi che dichiaravano: "Con la bene­dizione e l'aiuto di Allah, i mujahideen vi manderanno, uno per uno, all'inferno".
L'opuscolo diceva anche che l'omicidio di Bhatti era una "bella lezione per il mondo degli infedeli", e ammoniva che non avrebbero tol­lerato nemmeno una "lievissima irriverenza alla grandezza di Ma­ometto".
Un parente di Bhatti ha raccon­tato a un inviato della Missione che egli amava specialmen­te i versetti in Matteo 5:10-11: "Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cicli.
Beati voi, quan­do vi insulteranno e vi persegui­teranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia".

Tratto da Callformercy.com

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