Olocausto o Shoà

Una Riflessione di Silvia Baldi Cucchiara. 

Ricordando l'Olocausto. 
"Venatati lahem bebetì ubekhomotai yad vashem tov mibanim umibanot shem olam eten-lo asher lo ykaret", "lo darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno, che non perirà più" (Isaia 56:5).
Nella tradizione ebraica, il nome esprime l'essenza dell'identità spirituale.
È Dio stesso che diversifica ogni cosa, sin dalla creazione, secondo una specie unica e irripetibile.
Nel Salmo 147:4 è scritto che il Signore "conta il numero delle stelle e le chiama tutte per nome".
La Torah ci insegna, quindi, che malgrado le stelle siano astri innumerevoli, esse hanno ognuna una propria funzione, un proprio ruolo e nessuna può essere sostituita, ancor meno cancellata.
Ma non si tratta solo di una funzione: ciascuna stella ha un nome proprio.
Se questo vale per gli astri, tanto più per gli esseri umani, poiché ogni uomo è unico e insostituibile.

L'importanza del nome.
Il nome accompagna l'uomo per tutto il percorso della sua vita: dalla nascita alla dipartita da questa terra.
Ogni essere umano è ricordato nelle preghiere con il proprio nome che lo identifica, lo riconosce e gli appartiene in modo unico e speciale.
Per questo il nome assume una carica straordinaria; una volta pronunciato è come se l'essenza spirituale di quella persona fosse chiamata in causa.
Per questo l'ebraismo ha tanto riguardo nel pronunciare il nome del Signore, essenza stessa di Dio, o di temerne una cattiva pronuncia che lo storpiasse anche minimamente.
Al contrario, quando una persona si adira contro un'altra, non la chiama più per nome, non la nomina più.
Troviamo dei riferimenti nella Bibbia, quando Saul adirato con Davide disse a Gionathan, suo figlio: "Perché il figlio di Isai non è venuto a mangiare, ne ieri ne oggi?" (1Samuele 20:27); allontanandosi così da quella intimità di relazione che il nome in se contiene.

La nazione di Israele ha conosciuto innumerevoli predatori che volevano cancellarne il nome per sempre.
La volontà meditata e prolungata nel tempo di cancellare il nome di una nazione cela l'espressione più violenta e più radicale dell'odio.
Nel 70 d.C., il generale romano Tito mise fine alla campagna in Giudea prendendo d'assalto Gerusalemme, distruggendola e radendo al suolo il Tempio.
Ma ciò non bastò a placare la sete assolutistica dell'Impero Romano che continuò a stroncare ogni spirito nazionalistico ebraico.
Nel 132-135 d.C., a seguito della seconda rivolta giudaica, per i giudei andò ancora peggio: l'Imperatore Adriano, sulle rovine di Gerusalemme, totalmente rasa al suolo, fece edificare una nuova città; ha profanato il Tempio del Signore di Israele, facendo costruire, sullo stesso luogo, un tempio dedicato a Giove.
Sopra il luogo del Calvario fu edificato il Foro con il ricordo del ritorno di Giove dagli Inferi.
E come se ciò con fosse abbastanza, l'imperatore cancellò il nome di Gerusalemme ponendogli quello di Aelia Capitolina (Capitolino era l'epiteto dato a Giove, massima divinità del Pantheon romano).
Anche il nome della regione fu cancellato e la Giudea divenne Syria Palestina.
L'imperatore proibì agli Ebrei, sotto pena di morte, di mettere piede nella nuova città.
Storia di 2000 anni fa; storia antica.
Ma quanti sono gli studenti delle nostre scuole che sono a conoscenza di questi fatti?
Quanto, di questa storia, viene insegnato nelle nostre scuole?
E la storia si ripete, come se non fosse stato abbastanza.

La storia si ripete.
Facendo un salto ignominioso su duemila anni di storia incancellabili, per dovere di causa, mi soffermo sulla nostra epoca contemporanea e mi rifiuto di definirla storia del Nazismo o del Fascismo, generando una sorta di scarico di coscienze per tutti coloro che oggi, col senno di poi, a chiara voce, si definiscono antifascisti e antinazisti.
Questa purtroppo è storia nostra.
Storia nostra, prodotta nel cuore di un continente antico, cosiddetto civile, e ancor peggio, cristiano.
E, scusate la franchezza, cosa dire di coloro che, per certi aspetti comprensibilmente dicono (ma guarda caso nessuno dei loro famigliari è morto nei campi di sterminio) che anche solo ricordare è troppo doloroso, fa troppo male, meglio non parlarne?
La "soluzione finale" significava lo sterminio totale del popolo ebraico; cancellazione totale di ogni singolo individuo che non veniva più chiamato per nome ma solo con un numero.

Ricordare per non dimenticare.
Ricostruire la memoria di quelle vite perdute è stato ed è tuttora, il solo modo di ridare dignità a quei volti, come rimettere insieme i cocci di un vaso rotto.
Peccato che il vaso sia l'essere creato ad "immagine e somiglianza di Dio".
Con questa attitudine, conoscere e ricordare la storia, affinché certi episodi non si ripetano più, nascono le iniziative legate alla celebrazione dell'anniversario della liberazione da Auschwitz il 27 gennaio 1945.
La stessa motivazione ha prodotto la nascita dello "Yad Va-Shem", "Un posto e un nome" (Isaia 56:5), il Museo del Memoriale della Shoà (che significa catastrofe, non olocausto, il cui significato è sacrificio a Dio), il più importante del mondo, quello eretto sulle colline di Gerusalemme dopo il 1945.
Un museo dinamico che non finisce di parlare; un museo vivente, perché quella memoria viva ancora, soprattutto, perché vivrà, per certo vivrà e non sarà mai cancellata, con il nostro efficace contributo.
Shalom al Israel, sia pace su Israele.

Silvia Baldi Cucchiara

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